Giacomo Carlesso – (Poet)

Giacomo Carlesso

Giacomo Carlesso

Lettera ad un’amica

D’inverno protetta da una coperta di lana
d’estate di perdi in un fascio di luna
operi meglio se sei serena
ti arrabbi soltanto se ti chiaman puttana

ma per me sarai sempre la mia signorina
monotonia il mio male, tu la mia medicina
ormai sono prossimo ad uno sconto cliente
ogni notte ad abbracciare il desio più bramante

più utile all’uomo di qualsiasi governo
da me sei eletta operatrice sociale
perché mi accudisci sino all’alba del giorno
scordando ogni volta l’odiata morale

chi fa morale è soltanto invidioso
costretto dal sacro vincolo alle porte di casa
tenuto a dieta da una moglie gelosa
che lo nutre soltanto del cibo per cena

il mio regalo per te sono queste parole
per le tue lenzuola più calde del sole
per il tuo rossetto fragranza di miele
per raccontarlo non bastan le ore

e a chi non comprende le tua professione
giudicando e credendo d’esser migliore
dirò che il pregiudizio è la vera puttana
autentico ed unico come il mio amore

Il furfante disoccupato

Per lustri ho preventivamente rigettato,
ogni forma svariata di mansione dipendente
che ad un vincolo mi avrebbe legato
nel rinunciare alla vita come fa questa gente

similmente ad una febbre ma in un frangente perpetuato
si mostrò in me fin dal primo vagito
l’angelo custode che reprime i calli erranti
profanatore di fatica e di silenzi imbarazzanti

al lavoro ho abiurato,
ma non mi limito a fare il passante,
non impazzisco all’idea di morire affamato,
opero in proprio:faccio il furfante

Sovente le vittime mi hanno apostrofato
con epiteti appartenenti ad un delirio scostumato
per una fascia più mite d’età:”che tu perisca dannato”
“che tu sia sempre dannato”.

Dopo una breve parentesi al fresco,
in servizio sono tornato,
tra i rituali preventivi all’offesa,
una sorpresa, sciagurata, ho trovato.

Dimore spogliate di ogni magia
che rese possibile lo stare assieme,
cumuli sparsi di tirannia,
polvere che a rubarla non conviene.

Come un idioma al parlante alienato
si agita spinta dalla violenza
una freccia da troppo immune alla vista,
uno strano tipo di concorrenza.

Lame affilate dall’ombra
che il silenzio ha reso più scura,
lacerano le vittime più malaccorte,
che non riconoscono la paura.

Il tornado alle spalle
si diverte a colpire,
cadaveri ormai privi di pelle
mentre cadono non li puoi sentire,
quando cadono non fanno rumore…

Abominevole disumanata allergia
ad ogni briciolo di dignità,
narcisismo incantato di brutale apatia
di fronte alla vita che se ne va…

Dal prender, la pietà, ho sempre risparmiato
ma la concorrenza, pure quella ha rubato
non c’è più spazio nemmeno per me,
ora il furfante è disoccupato
resto un furfante ma disoccupato.

Ai piedi fetidi di questa realtà
perisco supino, ma mai inginocchiato
perché esser passivi alla bestialità
è forse il più grave reato,
è questo il più grande peccato.

La resistenza

Tu, che valore dai alla parola resistenza?
Non è un’antica danza risalente agli egiziani,
ma un principio, una credenza,
è il bisogno di rimanere esseri umani.

Resistere è ricordare chi siamo,
in ogni alveare di condizione,
manifestare un malessere, un dissenso,
tra le note di una canzone.

Resistere è un verbo troppo spesso sbolognato,
da chi sale sopra al pulpito,
da chi vuol essere votato.
Resistere è un suono amplificato a piacimento,
dai burattinai dell’informazione,
privi di una parvenza di coniugazione;
da chi si proclama Dio verso chi non sa che,
un Dio rivelato,
non è mai degno di adorazione.

Resistere per mio fratello,
consanguigno o meno,
per liberarlo dal gelo che lo opprime,
per condividere il cielo.

Resistere è l’impulso che ci porta a lottare,
per difendere la bellezza,
e il suo reale ideale.

Resistere ad ogni dittatura di pensiero,
resistere è distinguere,
l’idiozia dal meno vero.

Resistere per chi partendo,
si è voltato un attimo soltanto,
sussurando ascolta ti prego, risparmia il pianto.
Ascolta gli uomini e i ragazzi,
di ogni tempo, di ogni strada,
che han scolpito nell’anima la loro pietra di resistenza…
non stravolgerla,non sprecarla,non corromperla di fronte a niente,
è una stella pura e rara,
è una stella a cui affidare l’esistenza.

Resistere per mio nonno,
per ogni sua fatica,
resistere,resistere,resistere,
è vita.

L’autoritratto

Ululava nello specchio
per vedersi diventare lupo,
perché negli occhi degli altri
non si era mai piaciuto

credeva che in ogni muto
ci fossero le parole
l’alfabeto dell’ambrosia
la sorgente del colore

Rinnegava a due mani
la ginnastica dei cannoni
non per odio verso il bellum
ma perché nasciamo buoni

Addobbava la magione
con i versi di malinconia
s’intagliava ai piè degli occhi
per farsi aquila e volare via.

Il successo autografò il suo nome
ma non toccò la sua follia
usò il denaro come igienizzante
ma il sol contatto causò allergia.

Dall’abbraccio di un bacio atteso
non si fece più tormentare
si travestì da donna
per potersi finalmente amare

l’uomo, abbandonato alle stelle
nel ricordo regalò il suo saluto:
l’autoritratto della sua vita
;nello specchio riflesso il volto di un lupo.

Scrivo per la paura di perdermi.
Niente come ciò che scrivo mi regala l’illusione di ritrovarmi.
Scrivo per dar voce ai miei sensi
per riflettere la voce dei sensi delle persone rapite e mai più riscattate
per alimentare le scintille che ho dentro,
per raccogliere quei cicchi di grano
che senza una mano
marcirebbero come civili,
dimenticati da tempi poco virili
che rallentano l’umano
per la paura di andar piano.

La preclusione di poter volare

Gli artifici spacciati per reduci
di un ottocento di ragione,
ora si mangiano la coda,
son diventati una prigione…
Tra il fascino amaro dell’accidia,
Minosse rimembra i trascorsi compianti,
dove una clessidra arbitrava
la recluta di destini…
Il destino si fa miseria ai piedi delle legioni
fatte di sensi insensati,
che non scrutano l’alba,
schiave, incuranti, alla staffetta delle stagioni…
Ma quando due respiri
fanno la genesi di un colore,
comprendi finalmente la qualità
delle tue parole…
per troppo tempo hai calpestato pareti,
troppo lievi da meritar
di esser calpestate;
sciogliti in ogni mentre,
in una carezza che non pretende direzione…
vai! Vai e non tardare
un cielo di lavanda si erige al tuo cospetto,
non recarti più il dispetto,
la preclusione di poter volare.

Il gelsomino

Mungeva la vita
con la stessa intensità
di un orizzonte mai domo
E a chi lo istruiva
ad adagiarsi al comune
per filosofia non si curava.
Si divertiva a stupire
quei volti sempre più molli,
fuggendo a cavallo
nei sogni di un border collie.
E mentre una giacca malsana
gli sfregiava l’occhio a metà
ritrovò la sua natura umana
e si ricoprì di carità.
Scoprì le ali di un bimbo
velate d’incosapevolezza
non avrà le mani di un gigante
ma sa regalare una carezza.
Rimangono impietrite davanti alla giovinezza
quelle giacche sporche,macchiate di freddezza,
cadono tramortite nel vederlo da vicino,
dal culo del bambino è nato un gelsomino.

 


Giacomo Carlesso was born in 1994, near Treviso, in Motta di Livenza, but he has always lived in the rural area of Silea. From an early age pursues the art of telling stories, true or invented them to be. He admired this art, for the first time, in his grandparents, great storytellers, stories sometimes constructed of popular comedy, and sometimes soaked by a surreal retelling of World War II. .

Giacomo Carlesso

Giacomo Carlesso

From 2013, he studied science of literary text at the Ca ‘Foscari University in Venice. He dreams of being able to “survive” by sending the boys what he has learned, and learn from them what he doesn’t know. For now he is trying to do it with anyone he knows, in an eternal mutual exchange. That’s his life maxim. Finally, he argues that the best biography of himself are his verses, which appreciable or not, lay bare his true essence.

 

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