Simone Spiga  (l’Università IUAV di Venezia)

Simone Spiga

Simone Spiga

Laureato in “Scienze dell’architettura” presso l’Università degli studi di Cagliari. Il suo percorso accademico si concentra soprattutto sul rapporto tra architettura storica e i nuovi interventi in un ottica di continuità. In questo rapporto è fondamentale il progetto architettonico, strumento in grado di rispondere alle diversità e alle specificità delle diverse situazioni: attraverso un progetto sarà possibile far dialogare in modo equilibrato la conservazione del contesto e l’integrazione tra elementi nuovi, parti originali ed elementi ricostruiti; una progettazione improntata sul concetto di trasformabilità e flessibilità.

Al momento lavora alla realizzazione della tesi in “Architettura per il Nuovo e l’Antico” presso l’Università IUAV di Venezia che consiste nella progettazione di una Fabbrica della Creatività all’interno del complesso dell’ex Manifattura Tabacchi nel centro storico di Cagliari. Il progetto prevede quindi la riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’edificio ormai dismesso attraverso la creazione di spazi per la produzione, sperimentazione ed esibizione artistica. La tesi poi si concentrerà sullo spazio performativo e sul rapporto tra Architettura e Teatro contemporaneo.

Parallelamente è impegnato come collaboratore all’interno della “15. Mostra internazionale di Architettura” per la Biennale di Venezia, presso il Padiglione Nigeria, contribuendo in prima persona alle varie fasi dell’esposizione, dall’allestimento dello spazio e delle opere ai vari aspetti organizzativi.


Pesantezza, Contrasto, Identità

L’esperienza al padiglione mi ha portato fin dal primo momento a confrontarmi con una grossa questione: la pesantezza. Enormi scatoloni in legno con all’interno le opere da allestire arrivavano dal mare su una barca, quintali di materiale dondolavano pericolosamente, sospesi per aria, prima di urtare a terra rumorosamente e senza troppa cura, considerando il valore del contenuto.

Trasportare e disporre all’interno dello Spazio Punch i lavori dall’architetto Ola Dele Kuku sembrava davvero un’impresa impossibile: la porta d’ingresso troppo piccola, le nostre braccia troppo deboli, inesperte e impreparate; lo spazio espositivo troppo ostile. Una vera e propria impresa. Essere riusciti a portar dentro e montare tutto è merito di circostanze che ancora non mi sono chiare. Con l’andare avanti del lavoro al padiglione le cose hanno iniziato a collegarsi nella mia mente, quell’esperienza ha preso più significato e si è inserita all’interno di un discorso più ampio.

La pesantezza delle opere esposte non era solo fisica, è una pesantezza percettiva, globale, di contenuto. Esse ricoprono tutto lo spazio, che un tempo serviva da magazzino di un ex birrificio, in grande armonia. L’enorme differenza tra le dimensioni della galleria e delle installazioni svanisce nella prospettiva.

Ogni oggetto ha il suo ruolo nello spazio, tutto è disposto in maniera armonica, proporzionata.

Sembra una mostra d’arte, ma la lezione che ci vuole dare è una lezione d’architettura, per quanto questi due ambiti possa considerarsi davvero indipendenti l’uno con l’altro.

Il grande neon: “Africa is not a country!”, tanto sintetico quanto ricco di spunti interpretativi, è un grido che parla di identità, di società, religione, di politica. Un continente che nonostante le infinite realtà che convivono al suo interno non riesce a liberarsi dall’idea generalizzante che si ha di esso.

La soluzione al problema è nello spazio stesso: una soluzione che invoglia a costruire con pesantezza appunto, con sacrificio, a fornire basi solide sulla quale potersi aggrappare e potersi sviluppare. Un’architettura decisa, dominata da regole, che si confronti con l’arte, la società, la natura; un’architettura che nella sua compostezza e universalità sappia adeguarsi ai cambiamenti, che accompagni quei contrasti sociali, altro grande tema affrontato dall’esposizione, che non sono altro che delle forze motrici indispensabili affinché tutto continui a evolversi, a crescere e migliorare.

Le opere di Ola Dele Kuku, che tanto sono state difficili da portare qui a Venezia, sono in continuo movimento: ruotano, si aprono, si chiudono, si allargano, si accorciano, vibrano con la luce; ma si muovono proprio all’interno di una struttura rigida e pesante, costruita nell’acciaio e nel legno.

Il forte messaggio del primo articolo della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” si smaterializza in punti luminosi attraverso l’essenzialità compositiva del braille, e questo messaggio si mescola con le stelle e le costellazioni; gli oggetti che accompagnano la nostra quotidianità si aprono, si chiudono e si nascondono in un crescere di forme e proporzioni che possono continuare all’infinito; i libri, che racchiudono nelle loro pagine la nostra conoscenza e la nostra cultura, ruotano e si muovono tracciando traiettorie che ricordano le orbite dei pianeti e dei corpi celesti.

In conclusione credo il lavoro di Ola Dele Kuku voglia mettere in evidenza proprio questi aspetti a prima vista contrastanti: l’architettura come un mezzo temibile, dominante e identitario, ma che attraverso il rigore naturale delle sue parti possa vivere ed essere tale solo grazie alla continua e dinamica evoluzione dei suoi contenuti.

Simone Spiga

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